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La pace come dono e come impegno: intervista a don Roberto Tomaino

La prima intervista pubblica, da parroco di Soveria Mannelli, di don Roberto Tomaino.

Ha spiazzato e piacevolmente sorpreso un po’ tutti con il suo sorriso e la sua spontaneità.

Ad accoglierlo a Soveria, lo scorso 13 ottobre, in occasione del suo insediamento, c’era un corteo degno di un vescovo eppure don Roberto Tomaino, il nuovo parroco di Soveria Mannelli anche in un’occasione simile ha saputo mantenere la sua semplicità, salutando i passanti, stringendo le mani dei fedeli, accarezzando i bambini.

Ma chi è il nuovo inquilino della canonica di Via Petramone? Quali sono i suoi progetti per la nostra comunità? A pochi giorni dal suo insediamento, «il Reventino», ha pensato di rivolgergli qualche domanda, andando incontro alla legittima curiosità dei lettori.

«Sono don Roberto Tomaino e sono nato a Soveria Mannelli… In trentadue anni non so quante volte avrò scritto questa frase, riconoscendomi, grazie ai miei genitori, legato a questa città». Si è presentato così don Roberto, con un post sul suo blog, il giorno stesso in cui il Vescovo di Lamezia Terme, mons. Luigi Cantafora, ha firmato il decreto di nomina a parroco della nostra città. È «uno di noi», don Roberto, nato qui il 18 marzo del 1985. Una vocazione giovanile con gli studi al Liceo Sirleto di Catanzaro (il liceo classico della Diocesi frequentato in genere dai giovani seminaristi), il Seminario a Roma, nel celebre collegio Sedes Sapientiae diretto dall’Opus Dei, studi di Filosofia e Teologia presso l’Università Pontificia della Santa Croce e licenza e dottorato in Teologia con una tesi sulla teologia della liturgia nel pensiero di von Balthasar, alla Pontificia Università Lateranense, sempre a Roma.

Dopo l’ordinazione sacerdotale avvenuta il 24 ottobre 2009 è stato viceparroco della parrocchia romana di Madonna dei Monti. Rientrato in Calabria è stato dal 2012 segretario particolare del Vescovo di Lamezia, e dal 2013 Direttore dell’Ufficio Diocesano per le Comunicazioni sociali e di quello Liturgico nonché cerimoniere vescovile, canonico onorario della cattedrale e responsabile diocesano dei seminaristi.

Un cursus studiorum (e honorum) di tutto rispetto, specie in considerazione della giovane età. Proprio da questo vogliamo partire con la nostra conversazione. Dall’essere prete e giovane nella società contemporanea.

Domanda) Don Roberto, non è semplice essere prete oggi. Da un lato vi è un processo di secolarizzazione molto veloce che investe la società occidentale i cui effetti sono ben visibili anche in un centro piccolo come il nostro, dall’altro assistiamo a quello che qualcuno ha definito “evaporazione del padre”. Se la figura del padre è in crisi di identità, il sacerdote che è innanzitutto padre risente in primo luogo di questa perdita di rilevanza…

Risposta) È vero! «I padri latitano, si sono eclissati o sono divenuti compagni di gioco dei loro figli. Tuttavia, nuovi segnali, sempre più insistenti, giungono dalla società civile, dal mondo della politica e dalla cultura, a rilanciare una inedita e pressante domanda di padre», scriveva Massimo Recalcati, Il complesso di Telemaco. Certo oggi un certo tipo di padre (un padre-padrone, un padre-eroe o un padre-dio) non ha molto da dire! A questo tipo di paternità mi sento di poter dire che può corrispondere una figura di prete che non ha proprio nulla da dire. Non c’è un prete-padrone, un prete-eroe o un prete-dio! Quando oggi qualcuno vuole un padre, sta chiedendo una persona che custodisca, una persona che testimoni che c’è un senso alla vita, una persona che indichi il futuro. Per questo, anche un parroco è padre perché custodisce qualcuno, testimonia il senso della vita, indica un futuro!

D) Nel tuo primo discorso da parroco, hai esordito salutando la comunità con un “buonasera” e hai concluso la tua prima messa domenicale chiedendo alla comunità di benedirti e pregare per te. Difficile non leggere in questi gesti, un esplicito richiamo all’agire di Papa Francesco. Quanto ti senti vicino, al di là dell’ovvia obbedienza di un presbitero al Vescovo di Roma, all’agire pastorale e all’agire cristiano tout-court inaugurato da questo papa?

R) A dire il vero. “Buonasera Soveria” era collegato al “Buongiorno Soveria!” del mio blog! Come se dal 2 ottobre sino al 13, fossi davanti a un unico giorno. Un giorno di attesa, di speranza, di inizio! Per la benedizione invece ho guardato la mia gente dall’altare. E mi sono detto: tutto ciò che di buono potrò avere davanti a Dio, saranno loro a darlo! E ho chiesto di pregare per me! È vero, il Papa insegna uno stile! E lo stile non è apparenza. Lo stile dice anche la testimonianza personale e il bisogno di rispondere all’attesa del cuore di chi hai accanto. Il Papa è e resta il Maestro per questo! Legato al Vescovo di Roma? Lo sono profondamente! Ho studiato a Roma e la vicinanza al centro della Chiesa mi ha plasmato ad avere nei confronti del Papa un legame profondo, chiunque sia il Papa.

D) Spesso non si considera che l’essere sacerdoti non equivale sic et simpliciter all’essere anche parroci. Nel tuo caso per esempio l’impegno parrocchiale giunge dopo diversi anni di apprezzato servizio svolto in curia in qualità di assistente del Vescovo. Forse è ancora un po’ presto per fare bilanci ma si possono di certo intuire dei percorsi. Questo nuovo ministero al servizio della Chiesa diocesana può essere visto come una naturale prosecuzione del primo o come una nuova avventura…

R) “Siamo servi inutili” il che significa che non abbiamo ricompense e non siamo necessari. Ho servito in Curia in diversi uffici e non era ovvio, visto che ho iniziato quando non avevo neanche trent’anni. La cosa mi ha anche spaventato, specialmente il lavoro con la stampa! Poi la cura della vita liturgica della diocesi, la formazione dei seminaristi, l’accompagnamento di diverse associazioni e delle religiose… sono stati campi in cui ho cercato di dare ciò che sono. La parrocchia arriva per diverse concomitanze non solo personali! Dire che ho sempre sognato il parroco e non altro, può sembrare retorica, ma è la verità! Ho sognato di essere prete, guardando don Camillo! E poi è il popolo che forma il prete, ci ricorda il Papa.

D) Il tuo ingresso in parrocchia giunge in un momento molto delicato. La rinuncia del tuo predecessore è stata una vicenda per molti versi dolorosa per gran parte della comunità. L’assenza per molti mesi di un pastore ha creato smarrimento, confusione. L’entusiasmo che ha contagiato tutta la città, in tutte le sue componenti, in occasione della tua nomina, la Chiesa gremita fino all’inverosimile di gente durante la Messa di insediamento, la voglia di vederti, di parlarti, di stare insieme a te che si sente camminando per strada… sono tutti segni delle attese che si nutrono su di te e sul tuo operato. Hai una bella responsabilità…

R) Ogni inizio è una sfida per chiunque è coinvolto! Soveria ha attraversato un tempo non facile, lo intuisco, dove la sua bellezza di comunità ha conosciuto crepe, smarrimento e confusione. Eppure la comunità non ha perso la fiducia nella Chiesa e nei sacerdoti! Grazie a Dio, ogni soveritano conserva la memoria grata dei diversi sacerdoti che hanno speso la propria vita per questa gente. So che molti hanno grandi attese! E le attese fanno bene, perché scavano il cuore, fanno spazio e permettono di accoglierci! Questa attesa da parte della mia gente non mi spaventa, mi stimola a non stare in ritirata, mi invita a osare, a cercare e a uscire! Non credo e non cavalco gli entusiasmi del momento, preferisco credere nella buona volontà della gente! E sto incontrando tanti fedeli che hanno davvero un grande desiderio di camminare e di lavorare insieme. Benedico Dio perché non ho incontrato indifferenza, ma accoglienza! Chi sono lo metto a servizio, sapendo che l’unico che costruisce è il Signore! è una sfida, ma Dio è coinvolto e possiamo facerla!

D) Quello dei giovani è oggi il problema dei problemi. Gli innumerevoli studi che escono sul tema danno il polso di una situazione che ai più appare quasi irreversibile. Basta citare due titoli tra quelli di matrice cattolica apparsi per avere contezza della situazione: “La prima generazione incredula” di Armando Matteo (edito dalla nostra Rubbettino) e “Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio” di Franco Garelli. Il tema è così centrale che il Sinodo dei vescovi 2018 sarà dedicato proprio ai giovani. Nel post del tuo blog nel quale annunciavi la tua nomina a parroco di Soveria ti rivolgi in particolar modo ai giovani dicendo che sebbene tu sia il “presbitero”, letteralmente “l’anziano”, sei in realtà un giovane anche tu. Pensi che la tua giovinezza possa essere davvero una marcia in più per costruire un dialogo con i giovani della nostra comunità? Hai già in mente qualche progetto per loro?

R) Se il problema è la mancanza di risorse, allora i giovani sono un problema! Perché i giovani sono la nostra vera risorsa! Quando sono diventato prete, un amico mi diceva: Tranquillo avrai sempre un club seventy five dalla tua parte! Al di là della battuta e con grande rispetto e ammirazione anche per i nostri fedelissimi, non possiamo pensare di andare lontano senza i giovani. Certo ai nostri giovani dobbiamo dare l’opportunità di scoprire che la fede c’entra con la vita, che Cristo può davvero essere la compagnia per una vita grande e bella! Suscitare l’interesse per Cristo è il grande compito di ciascuno di noi. Cosa ho pensato per i nostri giovani? Offrirgli un’amicizia, garantire loro una presenza, un aiuto; proporre loro uno spazio/tempo per vederci, parlare, prendere sul serio la domanda delle domande, “come essere felici?”

D) Hai voluto che facessero da testimoni dell’atto che confermava la presa di possesso canonico della parrocchia il Sindaco, a rappresentanza della comunità, e una donna ammalata, invalida, quale segno di predilezione per chi soffre. Quali saranno gli obiettivi che ti prefiggi nel tuo progetto di pastorale a favore degli ammalati, dei poveri e dei sofferenti?

R) Agli anziani vorrei offrire il rispetto e la venerazione affettuosa che gli si deve! Abbiamo bisogno di loro perché ci restituiscono una visione diversa della vita, per certi aspetti, forse più umana! Ammalati, poveri e sofferenti spero siano al centro della nostra comunità. Se loro sono al centro, allora la comunità si unisce, come in una famiglia che si stringe attorno a una persona debole. Se al centro mettiamo i personalismi, allora è inevitabile lo sfascio e scopro che i miei primi nemici sono i miei fratelli! Per i poveri ho intenzione di attivare la Caritas quanto prima, con aiuti concreti alle famiglie bisognose! È una cosa che manca e senza non possiamo andare avanti! Riprenderemo la Messa in ospedale e continuerò la normale pastorale con gli ammalati casa per casa.

D) Nel tuo discorso tenuto durante la Messa di insediamento hai fatto riferimento alla necessità di costruire un cammino anche culturale e hai spiegato che è necessario ritrovare e promuovere lo specifico culturale cristiano. Puoi spiegarci meglio a cosa ti riferisci?

R) Già l’ateo Benedetto Croce diceva: Non possiamo non essere cristiani! La fede, al di là, se è praticata o meno, è diventata cultura, ovvero modalità concreta di abitare un determinato tempo e spazio. L’anima culturale della fede è la chiave per capire quanto questo valore cristiano determini e arricchisca la vita umana e il suo ambiente. In più, vorrei aiutare i fedeli a scoprire come l’essere cristiano non impoverisce l’umano, ma lo esalta. E la storia, l’arte, la letteratura, la musica, il cinema sono testimonianze concrete di questo. Soveria ha tutte le potenzialità per poter promuovere appieno un cammino del genere!

D) Durante la tua prima Messa domenicale hai invitato i presenti a pregare per la pace, sottolineando che la nostra comunità ha bisogno di pace. È inutile nascondersi dietro un dito: in questo momento la comunità civile e parrocchiale soveritana è attraversata da profonde divisioni e conflitti non del tutto sopiti…

R) Sulle divisioni nella comunità civile non mi esprimo, sono arrivato da quattro giorni, non posso parlarne! Non sarebbe corretto e rispettoso! Non vengo a giudicare, se c’è qualcosa che fa soffrire Soveria, il primo a soffrirne sono io. Sulla comunità parrocchiale posso dire qualcosa in più! Mi pare che siamo nella stagione dei monsoni, dove si incontrano tanti venti e tante correnti! Ma, la cosa non va né esagerata e né accentuata! Sono dinamiche normali, che troviamo persino nelle comunità fondate direttamente da San Paolo, quindi immaginiamoci nelle nostre. Ma c’è tanta gente buona, desiderosa di crescere nella vita di fede! La pace è un dono, ma è anche un impegno. E il primo passo per la pace è che ci sia ordine!

Lasciamo don Roberto al suo lavoro e lo ringraziamo di cuore per il tempo che ci ha dedicato. La redazione e i collaboratori del «Reventino» gli augurano di cuore di poter svolgere al meglio la sua missione in mezzo a noi.

Buongiorno don Roberto!

Intervista di Antonio Cavallaro

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di: Antonio Cavallaro

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