martedì , 17 Settembre 2019
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La democrazia populista al tempo dei social

di Matteo Cosco –

È davvero iniziata la Terza Repubblica? Probabilmente sì; quella in cui, grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, si assiste ad un’inedita concezione politica: non come servizio per il popolo, ma come funzione da svolgere attraverso il popolo.

La celebre frase di George Orwell nel romanzo 1984Il grande Fratello ti guarda”, sembra oggi più che mai attuale in senso bidirezionale però, perché i cittadini osservano continuamente cosa fanno i politici e questi a loro volta cercano di cogliere lo zeitgeist e le percezioni degli elettori. Così oggi più che di politica, sembra opportuno parlare di percezione politica.Tra spin-doctors, big data e media campaign managers la postdemocrazia ha abbandonato l’agorà e si articola sempre più on-line.

In quella che il filosofo francese Bernard Manin, ha definito Democrazia del Pubblico e Giovanni Sartori “Governo della pubblica opinione, si assiste inermi all’inversione di un naturale principio fondante la democrazia rappresentativa senza vincolo di mandato: cioè la capacità del politico di perseguire l’interesse pubblico – cioè la Volonté Générale – in virtù di un’elezione democratica che gli affida questa importante prerogativa, senza cedere al mutevole umore popolare. Tuttavia, questo equilibrio appare oggi invertito, poiché i politici rincorrono attraverso i sondaggi la mutevole opinione pubblica, mutando i loro orientamenti in maniera consequenziale e ambendo ad esprimere sempre la vox populi.

Questa eterna rincorsa della politica verso l’umore popolare, assieme alla contrapposizione tra l’ingroup (composto dal popolo puro) e l’outgroup (formato dall’élite corrotta), costituiscono l’essenza più autentica del populismo. Un contatto disintermediato tra lo Stato e la Società ha implicazioni positive quali l’istituzionalizzazione delle tensioni sociali, la legittimazione dei partiti- che faticano a svolgere la funzione di ponte tra governanti e governati, vivendo uno tra i peggiori periodi nella loro storia – e una maggiore attenzione e partecipazione politica.

Tuttavia, la re-intermediazione diretta tra la maggioranza governata e la minoranza dei governanti tanto politica – consistente nel disprezzo di tutti quei corpi intermedi quali sindacati e gruppi d’interesse dipinti come lobby corrotte – quanto comunicativa – visibile nella crisi dei media tradizionali a favore di quelli on-line – conducono a due implicazioni negative. La prima consiste nella rottura degli equilibri istituzionali tra pesi e contrappesi frutto di un lungo e complesso processo storico di progettazione e modifica delle istituzioni, capace di istituzionalizzare i conflitti sociali e politici, sostituendo a questo prezioso equilibrio, il governo di un popolo non meglio identificato. La seconda implicazione, forse la più pericolosa e distorsiva per democrazia liberale, risiede nella visione monolitica e predeterminata della volontà generale, spesso affiancata al concetto di buonsenso, esaltato ed inteso come un qualcosa d’intrinsecamente positivo e contrapposto alla partigianeria e all’ideologia irrazionale.

In conclusione, concepire il popolo come un tutt’uno omogeneo, puro e indifferenziato contrasta fortemente con la visione che sottende alla dimensione democratica, che lo intende come composito contenitore di soggetti giuridici ed economici con differenti interessi e motivazioni.

di: La redazione

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