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La bella favola di Daniel e Raffaele Elia, inventarsi un lavoro dove non c’è

di Enzo Bubbo –

Petronà, l’esempio di Daniel e Raffaele Elia. Dal Nord al Sud: inventarsi un lavoro dove non c’è.

Quando si parla di Calabria, subito partono l’invettiva e il lamento: ‘ndrangheta, disoccupazione, corruzione, disservizi e degrado. Che non sono invenzioni, per carità, però non esauriscono il quadro. Daniel e Raffaele, due bravi ragazzi di Petronà, fremono dalla voglia  di raccontare, a “ilReventino” e ai suoi lettori, un’altra storia.

Premessa: non chiedono udienza con l’ossessione del distinguo, non cercano vetrine o anelano paragoni, desiderano solo indicare, in primis ai loro pari, qualcosa che sa di buona notizia, che sa di resilienza, dato che percorre sentieri controcorrente. L’antefatto è che Daniel e Raffaele Elia, come migliaia di giovani del Sud, si sono trovati davanti a un bivio: o restare in Svizzera dove il lavoro ti casca  addosso o tornare nel caro paese natio dove il lavoro è quasi un’utopia? Ragione o sentimento? Ha prevalso il cuore.

Tutt’e due hanno anteposto, inopinatamente, la salita alla discesa non solo per sgretolare luoghi comuni e pregiudizi, ma anche per dare l’esempio, per invertire la rotta, per esortare altri giovani calabresi allo scambio, all’azione, alla contaminazione: il destino non è, per i due intrepidi giovanotti,  sinonimo di fatalità, di rassegnazione, di accettazione passiva dell’esistente.

Daniel e Raffaele, 25 e 26 anni, hanno appena disfatto la valigia e non per vivere di ozio o di rimesse: hanno aperto, da poco, un panificio in paese con tanto di frequentato punto vendita, ma non si limiteranno a fare solo pane. Hanno tante idee e sanno come farle planare sulla realtà.

Se la consapevolezza ha un volto, è quella dei due cugini del piccolo paese del Catanzarese: ci credono molto in quello che fanno, tanto da trasformare la loro esperienza in una lezione di vita.

Così è sempre stato, così sarà per sempre”: parole sulla bocca di tanti, parole che Daniel e Raffaele, convinti emigrati di ritorno, non riescono proprio a mandare giù. Interagendo con loro, si intuisce che la saggezza non si misura dall’età: spesso la trovi dove non ti aspetti.

Daniel Elia: “Ho fatto sei anni lontano dalla mia terra. Non sono pochi. Sei anni in fabbrica insegnano tante cose. Inizialmente le tante novità non mi hanno fatto pesare la mancanza della mia terra, ma con il passare degli anni mi sono accorto che gli unici momenti che attendevo erano quelli del ritorno a casa per le festività. Ci occuperemo di pane, di grano, cose che rimandano alle tradizioni, ai nostri avi. Tornare è una scelta azzardata, ma voglio crearmi un futuro e voglio stare insieme alla mia famiglia. Basta piangersi addosso, Sud non vuol dire stare sempre sotto. Sappiamo che nulla si ottiene senza sacrifici”.

Raffaele Elia: “Ho lavorato tre anni in acciaieria al Nord. Ho deciso di tornare perché la famiglia è la cosa più importante e poi perché non c’è scritto da nessuna parte che i giovani devono lasciare il loro paese natio. E’ una cosa che fa star male. Ogni emigrato soffre e chi dice il contrario mente sapendo di mentire. Vogliamo scrivere una storia diversa ed essere di esempio per i nostri coetanei. Conosciamo i rischi di fare impresa al Sud, ma abbiamo anche idee, il nostro non sarà solo un panificio, ma faremo tante altro cose come pizze e altro, una bottega del gusto. Per noi è un mestiere nuovo, ma nessuno è nato imparato, ne consociamo i segreti e vogliamo innovarci.  Ce la metteremo tutto per noi stessi, per il nostro paese per dimostrare che invertire la tendenza si può, si deve perché emigrare è sempre una sofferenza. Bisogna restare nella propria terra dove sono le radici, dove c’è la famiglia. L’emigrazione è comunque un banco di prova perché ti fa capire cosa è importante e cosa non lo è”.

La disoccupazione giovanile in Calabria, dati Eurostat, si aggira intorno al 55,6%, vale a dire un giovane su due non lavora e neppure lo cerca, gira a vuoto e quando non si sa dove andare sovente arrivano i guai: un quadro sconfortante, ma non mancano le pennellate di speranza. Come quelle di Daniel e Raffaele che immaginano un futuro a colori in latitudini inusuali e senza cercare scorciatoie. Tradotto: due modelli da imitare.

di: La redazione

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