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Il riposo delle polpette e il ritmo lento in attesa che finiscano di “pappiare”

di Raffaele Arcuri –

Non si può non parlare delle polpette a Carnevale, ma mai avrei immaginato di scrivere qualcosa su di esse. Eppure mi sono svegliato stamattina con questo pensiero e con un irrefrenabile desiderio di dedicare qualche rigo alle polpette.

In verità il tarlo mi è stato indotto, in maniera pressoché vigliacca e subliminale, dall’aroma del sugo e dal suo ritmico e lento “pappiare”,  che fin dalle 7,00 si erano diffusi per tutta la casa, provenienti dalla cucina, dove mia madre, come ogni mamma calabrese che si rispetti, aveva iniziato a cucinare all’alba le polpette preparate ieri sera.

Si sa, da quando il mondo è mondo, le polpette devono riposare prima di essere cotte.

La ragione la intuiamo tutti, gli ingredienti si rassodano e si amalgamano meglio, ma se ci pensate nessuno, in fondo, ce l’ha mai spiegato con esattezza.

Succede come per le domande ultime della vita, Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?
Tutti ce le poniamo, ma solo pochi sanno con esattezza rispondere. E sulla intuizione di quei pochi noi basiamo le nostre certezze.

Io che non mi accontento dei dogmi e degli assunti, seppur di buon senso, ma cerco sempre di trovare una spiegazione alle cose, ho cercato di approfondire il problema del “riposo delle polpette” e, dopo minuziose ricerche, ho intravisto un raggio di luce che ha illuminato il buio della mia mente.

Qualcuno, prima di me si è posto l’esistenziale perché ed è giunto a una interpretazione che io ritengo sublime. Ve la propongo e per l’occasione recensisco il libro da cui è stata tratta:

“Ho pensato che il riposo delle polpette assomiglia molto a quello che succede nella nostra mente quando elaboriamo le idee.
Le idee sono il risultato di esperienze, incontri, riflessioni, suggestioni: tanti ‘ingredienti’ che si mettono insieme e poi producono pensieri nuovi. Ma prima che ciò accada è utile far riposare quegli ingredienti, dargli il tempo di depositarsi, amalgamarsi, rassodarsi. Il riposo delle polpette è come il riposo dei pensieri: dopo un pò, vengono meglio”.

Massimo Montanari: “Il riposo della polpetta e altre storie intorno al cibo” editore Laterza.

Ci tengo a precisare che Massimo Montanari è docente ordinario di Storia Medievale presso l’Università di Bologna, convinto che mangiare sia un atto culturale e una metafora della vita.

Questo per dare dignità scientifica non solo agli interrogativi ultimi sulla polpetta in sé, ma anche un velo di serietà alle mie velleità letterarie di stamattina.
Se esistesse un Nobel per la letteratura culinaria io lo assegnerei a Massimo Montanari solo per questa definizione.

Saltando a piè pari le meditazioni sull’etimologia del termine “polpetta” e le influenze sul linguaggio moderno, che da sole richiederebbero un trattato, mi voglio soffermare sulla forma delle polpette che, seppur con mille variazioni, è generalmente rotondeggiante.

Vi siete mai chiesti il perché?

Anche in questo caso la risposta è banale, ma anche in questo caso qualcuno l’ha spiegato con esattezza.

Si tratta di Pellegrino Artusi (1820 – 1911), insigne scrittore e gastronomo italiano, il quale nella stesura della sua opera somma, “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”, che secondo alcuni avrebbe contribuito all’unificazione dell’Italia più di quanto abbia fatto il Manzoni, ebbe questa geniale intuizione:

“Non crediate che io abbia la pretensione d’insegnarvi a far le polpette. Questo è un piatto che tutti lo sanno fare cominciando dal ciuco, il quale fu forse il primo a darne il modello al genere umano”.

Non commento il contributo dell’Artusi, confido nel vostro intuito.
Nel frattempo, mentre io meditavo sull’”estetica della polpetta”, quelle di mia madre finivano di “pappiare”.

di: La redazione

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