martedì , 10 Dicembre 2019
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Il monte Reventino: la ricerca dell’assoluto e il mistero dell’ultima luce nei poeti lametini

di Vincenzo Villella

Il Reventino, che dall’alto dei suoi 1400 metri sul mare domina una delle aree più suggestive d’Italia, è stato nel corso della storia punto di riferimento e di richiamo per popolazioni diverse, attorniandosi di paesi e villaggi che ancora oggi conservano le tracce del passato e le testimonianze concrete delle trasformazioni storiche che hanno vissuto e stanno ancora vivendo. Si tratta di un paesaggio che è un vero e proprio palinsesto della identità culturale dei luoghi, memoria collettiva di comunità che hanno organizzato il proprio spazio in un rapporto reciproco continuo con esso perché abitare un luogo significa accordarsi al suo spirito. Ogni comunità ha una sorta di specchio di se stessa nel paesaggio che si è edificato. Nel paesaggio del Reventino miti e leggende si sono sempre intrecciati agli avvenimenti storici che hanno influito sul destino della gente.

Questo monte ha visto l’esperienza monastica cistercense dell’abbazia di Corazzo, i fatti sconcertanti delle apparizioni mariane di Conflenti, la sanguinosa rivolta antifrancese durante il cosiddetto decennio (1806-1815), la protesta del brigantaggio, l’esodo migratorio che ha spopolato le contrade.

In ogni comunità del Reventino c’è stato uno scrittore o un poeta che, in vernacolo o in lingua italiana, ha cantato la suggestività di questi luoghi: Felice Mastroianni, Michele Pane, Vittorio Butera, Franco Berardelli, Antonio Porchia, Francesco Roperto, Felice Costanzo, Raffaele Proto, Eugenio B. Notaro e tanti altri meno conosciuti, ma non meno importanti.

Proprio quest’ultimo (nativo di Decollatura) nel suo romanzo intitolato Storia di un giusto, ha immortalato il Reventino descrivendo un’ascesa catartica su questo monte da cui “c’è la possibilità di godere ad occhio nudo un panorama che non è facile trovare in altri posti pur belli del nostro Paese”. Il tramonto visto dalla cima del Reventino è per Notaro un momento affascinante che la natura ha regalato a questa terra e che comunica ai sensi dell’uomo il mistero dell’ultima luce. Quello che il protagonista del romanzo sta vedendo da lassù verso le isole Eolie lo lascia annichilito. Ed egli avverte “la sensazione di una dimensione minuscola che l’idea dell’immenso dà all’uomo sensibile quando si propone attraverso questi spettacoli e gli penetra nell’animo con il respiro stesso”.

Sullo stesso piano di ricerca interiore è Felice Mastroianni di Platania (1914-1982) con le sue raccolte L’arcata sul sereno, Favoloso è il vento, Lucciole sul granturco, Altra luce, Il vento dopo mezzodì. Anche in Mastroianni, giustamente definito poeta mediterraneo, il Reventino è il simbolo della bellezza morale, della ricerca dell’assoluto. L’ascesa al monte (“che anche fu mia”) è una catarsi dell’animo, una palingenesi necessaria e benefica come quella del Petrarca sul Monte Ventoux con sotto il braccio le Confessioni di S. Agostino.

Al passato di questa terra dominata dal monte Reventino pensava costantemente Franco Berardelli (1908-1932) di Martirano, quando, colpito dalla tisi, nei suoi componimenti più maturi tendeva a far cadere l’enfasi e la solennità ed esprimeva l’elegia individuale e quella degli eroi morenti. Il suo dolore si alleviava solo in qualche momento di evasione dalla triste realtà presente nella favola del passato e nel ricordo del “giardino incantato fiorito tra le meraviglie”.

In Vittorio Butera (1877-1955) il Reventino ricorre decine di volte a richiamare insieme al paese (“chiru muzzillu de paise”) il mito dell’infanzia (“quann’eru quatraru”) e, come tale, il luogo di pace agognato per la conclusione della propria vicenda esistenziale dopo le peripezie della vita (“Dduve nasce, viatu chine more e nnue raminghi ni nne simu iuti”).  È la concezione ciclica dell’esistenza di ascendenza omerica che fa di Ulisse un eroe del pellegrinaggio e del ritorno.

In Butera e in Michele Pane (1876-1953) il Reventino rappresenta costantemente il corrispettivo affettivo e sentimentale del rimpianto di chi da queste terre si è dovuto allontanare. Soprattutto in Pane, il grande poeta di Adami morto emigrato in America, a cui Butera dedicò la bellissima ‘A staffetta, la poesia è in prevalenza poema del desiderio dolente del ritorno, poesia tipica del nostos del proprio paese d’origine di cui il Reventino è il simbolo più alto e perenne. Il Reventino è una costante nella poesia di Michele Pane, sempre legata al binomio infanzia-paese natìo, e al concetto della vita come sfida nell’immenso mare dell’esistenza, ma anche come ricerca di una misura interiore. È sempre presente in Pane, come in Butera, la situazione conflittuale di chi si è dovuto allontanare dai luoghi e dai miti dell’infanzia, ma continua, pur vivendo in altre realtà, a portarseli dentro, nel sangue quasi, come paradiso perduto.

Questo sentimento è comune ad altri poeti del Reventino emigrati per bisogno al di là dell’oceano e non più ritornati. È il caso di Antonio Porchia e Francesco Roperto di Conflenti, emigrati e morti entrambi in Argentina. Porchia è conosciuto in tutto il mondo per la sua raccolta di aforismi intitolata Voci, pubblicata in lingua spagnola con la prefazione di Borges. Roperto si è affermato come giornalista di varie testate latino-americane e come poeta sia in lingua spagnola che in italiano. In una di queste poesie dedicata a Conflenti, contenuta nella raccolta Riflessi, pubblicata nel 1932 a cura del giornale La Voce dei Calabresi di Buenos Aires, lo scrittore conflentese, che si definisce un “mistico senza religione”, conclude con questa strofa: “E penso al bosco, al limpido ruscello, popolato di ninfe, ad un cammino sbarrato con un rustico cancello, ma soprattutto al Magno Reventino”.

Lo stesso incanto con toni crepuscolari domina le poesie di Felice Costanzo, nato ad Adami nel 1894 e morto a Roma nel 1986, da Giovanni e Nicolina sorella di Michele Pane. Il paesaggio del Reventino, descritto con versi di straordinaria musicalità, si trasforma in sogno, ricordo e speranza.

Una lingua armoniosa caratterizza anche le liriche di Raffaele Proto al quale va il merito di aver elevato (come ha scritto Peppino Scalzo nel suo saggio I poeti dialettali del Reventino) a strumento letterario il dialetto di Soveria.

All’eccelso Reventino ha dedicato una sua lunga lirica il sacerdote don Vincenzo Sirianni (Serrastretta 1883-Soveria Mannelli 1943) nella raccolta Versi giovanili con prefazione di Alberto Cesareo. La lirica si intitola appunto Sul Monte Reventino ed è un richiamo agli antichi miti, al passato dolce, alla leggenda delle fate, belle abitatrici delle grotte mimetizzate in una natura dove “eterna fiorìa la primavera”.

SALIRE SUL MONTE

Salire sul monte
sopra le cose e
le avventure della storia.

Guardare dall’alto
lo scorrere
delle vicende umane,
situazioni di logoramento
e morte
della condizione mondana.

Superare
lo scandalo dell’esistenza,
entrare in comunicazione col vero.

Salire sul monte
a pregare
rende la vita
un atto di fede.

(Vincenzo Villella, Camminare pregando)

di: La redazione

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