mercoledì , 21 Agosto 2019
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Francesco Bevilacqua e l’Abbazia di Corazzo

francesco bevilacquaPubblichiamo di seguito uno scritto di Francesco Bevilacqua che ringraziamo per la sua squisita disponibilità, ma soprattutto per le emozioni che è risuscito a trasmetterci. Egli ci racconta, attraverso un personale viaggio nel tempo e nello spazio, un luogo particolarmente caro alle popolazioni di Carlopoli e dintorni, ma mai abbastanza valorizzato: l’Abbazia di Corazzo.

Francesco Bevilacqua, avvocato di professione e naturalista per passione, si rappresenta come un “cercatore di luoghi perduti”, ma anche come uno capace di curare “una malattia epidemica in Calabria, l’amnesia dei luoghi”.  E questa volta si è riproposto di curare proprio l’amnesia dell’Abbazia di Corazzo, anche con un certo successo, visti i segnali di vitalità che, da qualche tempo, si stanno propagando da questo luogo quasi magico.

<<  L’Abbazia di Corazzo: il terzo millennio o sarà spirituale o non sarà

Ci sono luoghi che parlano quando giunge la sera. Deve esserci il sole meridiano. Raggi obliqui d’occidente. Luce come una deriva del cielo. Come un’alluvione d’oro. L’Abbazia di Corazzo, prima benedettina, poi cistercense, è tra questi.

Ricordo le prime avventure lassù. Quando ero ancora un liceale e i ruderi erano quasi interamente incappucciati d’edera. Come rovine in una giungla amazzonica. Me ne parlava Giacinto Montesanti, autore, nel 1963, del primo volume di “Nicastro e la Calabria in generale”, cui avrebbe dovuto far seguito un secondo, e che ora è introvabile.

Sino ad una decina d’anni fa, la visione dell’Abbazia compariva all’improvviso, dopo una curva, lungo la strada per Carlopoli. Enormi mura di pietra, sberciate, incastonate sul velluto dei prati della valle del Corace. Una visione da angina pectoris. Chiunque avesse un cuore vero in petto, doveva per forza avvertire una fitta. E fermarsi al centro della strada. Incredulo. Dolorante. Ebbro.

C’era Salvatore Piccoli, a raccontarti la storia del luogo. Salvatore era il genio custode di Corazzo. Era la reincarnazione dell’ultimo abate. Era lo sciamano che ridava vita alle pietre e inoculava stupore nei visitatori. Somministrava Trinitrina ai colti da angina.

Oggi, la vegetazione ai margini della strada, non consente più questa visione. Ma l’abbazia è sempre lì. Accudita, finalmente, dagli uomini: i volontari di una cooperativa che studia, lavora, accoglie. Nuda pietra. Semplice e povera. Imponente e bella. Un corvo (Corax) la sorvola di tanto in tanto. Una poiana rotea in alto, nel cielo, pigolando mestamente. Il Corace gorgoglia poco distante. Le semplici case di Castagna si intravedono poco lontano, su un’altura.

Il bosco è cresciuto rigoglioso sulle pendici circostanti, un tempo interamente terrazzate e coltivate. Quando i monaci vivificavano questi luoghi. Quando Gioacchino da Fiore viveva qui. Quando stava nascendo la sua profezia di un’età dello spirito che avrebbe redento il mondo. Anche se il mondo non si è redento. E forse mai si redimerà.

Su Gioacchino – autore arduo – bisogna leggere quantomeno Francesco D’Elia “Gioacchino Da Fiore, un maestro della civiltà europea” ed il recentissimo libro di Massimo Iiritano “Gioacchino Da Fiore, attualità di un profeta sconfitto”. “Profeta sconfitto”, dice Iiritano. Significa che il suo annuncio di un’età dello spirito fu vano. Ma noi dobbiamo credere, invece, nella profezia di Gioacchino. Abbiamo il dovere della speranza. Per questo l’Abbazia di Corazzo è il simbolo stesso della speranza. Per tutti noi e per il mondo intero.

Quei ruderi non sono afoni. Parlano ancora a chi sa ascoltarli. Ci raccontano di quando la gente aveva ancora una patria e un paese. E li amava. E vi si specchiava. Di quando da quella patria e da quel paese la gente traeva linfa vitale. Per il corpo, per la psiche, per lo spirito. Di quando da quella patria e dal quel paese andava per il mondo. Con la certezza di avere un luogo dove poter tornare. Ci narrano di quando il mondo non era un’invenzione delle multinazionali e della criminalità finanziaria e i paesi non erano perduti o dimenticati. Di quando il pensiero poteva lievitare anche nella valle più lontana del più lontano angolo d’Europa.

Ecco perché Corazzo è un simbolo. Di consapevolezza. Di responsabilità. Di speranza. E ci ricorda il monito di André Malraux: o il terzo millennio sarà spirituale o non sarà.

di Francesco Bevilacqua   >>

Nelle foto (sempre di Francesco Bevilacqua), immagini dell’Abbazia di Corazzo (Carlopoli, Sila Piccola, Calabria):

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di: Raffaele Cardamone

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Raffaele Cardamone è nato a Soveria Mannelli, dove vive da sempre, lavorando prevalentemente nella città di Catanzaro. Da giovanissimo ha realizzato per l’emittente radiofonica “Radio Soveria Uno” dei programmi di nicchia, tra i quali si ricordano ancora “Radio on” e soprattutto “Rock in motion”, oltre a una serie di trasmissioni sportive sulla squadra di calcio locale. Nonostante il legame particolare con il suo luogo d’origine, ha avuto l’opportunità di viaggiare molto in Italia e in Europa prima per motivi di studio e poi di lavoro. Ha la qualifica di “Tecnologo della comunicazione formativa”, acquisita al termine di un corso biennale di formazione professionale sulle applicazioni delle tecnologie informatiche e audiovisive (che cominciavano a fondersi in quelle multimediali) in ambito formativo, e quella di “Coordinatore di attività di progettazione formativa”, acquisita sul campo, lavorando per oltre dieci anni nell’équipe di Coordinamento didattico dell’Enaip Calabria (l’Ente di formazione professionale delle ACLI). Il suo lavoro si svolge nel settore della formazione professionale, con frequenti e numerose deviazioni in quello della comunicazione (editoria specializzata, multimedialità e internet). Da qualche tempo, alcune sue opere letterarie sono presenti sulla piattaforma digitale di self publishing "ilmiolibro.it".

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3 Commenti

  1. Avatar
    giuseppe torchia

    Qui, in Calabria, in Provincia, nei paeselli, si riesce a parlicchiare del più e del meno, e ci si ricorda di Corazzo soltanto per “fare politica” di bassissima lega…Vi sono delle “istituzioni” (volutamente in minuscolo) che hanno letteralmente lasciato che un sito archeologico di straordinaria bellezza andasse in rovina…Di che si vuole parlare…?

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      Non mi risulta che Francesco Bevilacqua faccia politica, quindi credo sia legittimato a parlare del sito “Corazzo” e noi de ilReventino.it a riportare un suo scritto interessante e poetico (come pure le sue foto). Siamo d’accordo sul fatto che per anni Corazzo sia stato abbandonato dalle istituzioni con la i minuscola, ma al contrario è sempre stato nel cuore della gente di questi posti. Personalmente scelgo, tra i mille possibili, due ricordi, due icone che mi legano indissolubilmente a Corazzo: 1) una foto in bianco e nero di mio padre (che non c’è più da tanto tempo) con alle spalle, come sfondo, l’Abbazia; 2) il ricordo di 4 ragazzi liceali (tra i quali anch’io) che piantavano una tenda canadese nei pressi dell’Abbazia per “giocare” a fare gli archeologi… Ecco perché per me è importante parlare (e non parlicchiare) di Corazzo, per fare in modo che non vada in rovina, che non sia strumentalizzato, che torni a essere un luogo di cultura e meditazione… Raffaele Cardamone

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    Buongiorno,
    mi chiamo Natale Giampà e mi occupo di riprese video.
    Vi invito a visitare il mio sito dove potete trovare un documentario con relativo articolo e foto riguardante l’Abbazia di Corazzo.
    http://www.calabriaorizzonti.com/index.php/tradizioni/600-abbazia-di-santa-maria-di-corazzo

    Cordiali saluti
    Natale Giampà

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