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Davide Cosco giovane regista, creativo e romantico, proteso ad un cinema innovativo

La creatività, la passione sono insite nella complessa personalità di Davide Cosco, giovane regista che vive tra Catanzaro e Roma, con radici familiari che si estendono anche nell’area del territorio del Reventino ed in particolare di Soveria Mannelli. Non è avvezzo al clamore mediatico, piuttosto si riserva di immergersi nella natura, nella musica e nella letteratura per trovare la linfa ideale per creare e iniziare nuovi soggetti per un cinema d’autore e sperimentale.  

Lo abbiamo avvicinato attratti, dopo aver visionato alcuni lavori, dall’intensa sensibilità artistica ma anche per meglio conoscerlo e conoscerne il percorso di formazione e crescita professionale.

Domanda) – Iniziamo dal Reventino, un territorio che rappresenta qualcosa di particolare per te.

Risposta) E’ una fetta di territorio di assoluto valore simbolico. Basti pensare alla presenza di Gioacchino da Fiore, il teologo illuminato che ci ha posizionati nell’età dello spirito. Ci ha dato un’occasione senza fine. E poi è un luogo che mi è tanto caro, di un ceppo della mia famiglia. Una camera dell’infanzia in mezzo al buco della serratura gigante che va sulla soffitta, otto rintocchi del campanile sottocoperta, la passeggiata mai conclusa, dove mia nonna mi parla di Foscolo, di Leopardi, della vita dopo la morte, mentre raccogliamo le more.

D– La tua ricerca cinematografica è assolutamente originale, classica e sperimentale insieme, di grande impatto.

R) Provo a spingermi al limite. E oltre se necessario, ma senza forzature. Non mi interessa una medietà perenne perché non mi appassiona. E neppure una dimensione plasticamente performante. Credo che il cinema possa mettere insieme tutte le altre arti. Lo vedo come una grande nave volante piena di gente senza età in giro per il mondo e altri mondi. Mi piace stare dentro il passo. Dentro le cose. Che non significa tanto o solo l’anima, ma rivivere nel qualcosa, solidarizzare. Mi appassionano i grandi e atavici quesiti ontologici e l’ultimo angolino del pianeta. Amo raccontare contraddizioni, pensieri, fragilità, perdizioni. Alla sovrabbondanza di realtà, giunta davvero al limite della sopportazione sociale, preferisco la fluorescenza della fantasia. E mi importa molto dei disadattati, come me, con cui condividere un piatto di malinconia e una bella Coca-Cola ghiacciata. Bergman sosteneva di abitare perennemente nel sogno, facendo, di tanto in tanto, una piccola visita alla realtà. Come dargli torto? E poi cerco di scaricare le mie nevrosi nella bellezza.

D) – Sei sempre impegnato in tanti progetti.

R) Bisogna sperimentare, studiare, e cercare di imparare ogni giorno dai propri errori e dal talento degli altri. Ultimamente ho curato una serie di lavori documentaristici, di video-arte e concluso la co-regia per un mediometraggio di finzione che vede protagonista una splendida Isabel Russinova nei panni de L’Ultima Fattucchiera. La vicenda prende spunto dall’ultimo processo per fattucchieria celebrato nel Regno di Napoli a carico di Cecilia Faragò, una donna avvolta da un mistero e da un fascino particolare. Sullo sfondo delle splendide cornici paesaggistiche calabresi, si è provato a tracciare una riflessione metafisica attorno al ruolo della donna in un periodo assai complesso, quello di passaggio dall’esoterismo, all’età dei lumi, della ragione, poi della possibilità diffusa. La nostra terra, nonostante le molte criticità, rappresenta un unicum per la sua capacità di restare legata ancestralmente a un tempo irripetibile. Le emozioni sono sedimentate da queste parti. E sotto c’è un melting pot di contaminazione araba, dominazioni latine, vie della seta e fondamenta del pensiero occidentale. La Calabria dovrebbe essere misurata in profondità e non in km.

D– Sei giovane ma le esperienze sono già tante. Da anni dirigi un’importante istituzione di cinema, ma quando si è originata la passione per il cinema?

ROltre agli studi di sceneggiatura e regia, alla fatica che è fatta di un impegno giornaliero e di un amore totale, la passione per il cinema la devo a mio padre. Sin da bambino mi ha sempre mostrato autori geniali, audaci, estremi, ma con la delicatezza di chi non vuole imporre nulla, eppure ti sta accompagnando in un meraviglioso buco nero e punto di non ritorno. In casa mi ha presentato gente straordinaria e altri con cui sono diventato amico senza neppure incontrarli di persona. Non finirò mai di dirgli grazie. Ricordo e mi piace ricordarlo sempre, quando alle medie, nel casto cineforum adolescenziale portai la mitica videocassetta di The Elephant Man di David Lynch, uno degli autori che adoro, e i miei compagni e la professoressa d’italiano minacciarono di chiamare la Polizia.

D)  Punti di riferimento?

RI registi che amo sono tantissimi, forse troppi. Curare iniziative e rassegne condivise con Cineteca della Calabria e Casa del Cinema, struttura che coordino da diversi anni, mi ha dato l’opportunità di conoscere e confrontarmi con splendide e coinvolgenti realtà nazionali e internazionali. Devo dire che al di là dei gusti, non credo vi siano film inutili, ogni film ti insegna sempre qualcosa. Anche qualcosa che non dovresti ripetere. Adoro i classici in tutta la loro indicibile raffinatezza, i film sperimentali e la gente coraggiosa. Con le palle. E le palle degli occhi a 360 gradi. Per essere seri non bisogna prendersi troppo sul serio. Fare regia è un lavoro come un altro nel mondo, con la differenza che è anche il lavoro più bello del mondo.

D)  Prossimi progetti.

RSto lavorando al mio primo lungometraggio in cui i personaggi vanno alla ricerca disperata di una spiritualità. Sono diversi fra loro ma legati da un filo sottile che li tiene intimamente prossimi. Ci saranno tanti punti di vista. E molte sorprese. Non voglio svelare oltre. In Italia non è semplice proporre determinate tematiche, in termini di produzione gli sforzi sono titanici.

In foto immagine tratta da L’Ultima Fattucchiera con l’attrice Isabel Russinova.

D) E le istituzioni cinematografiche calabresi?

RCome ho detto, mi piace raccontare le cose che non esistono. Ma c’è un limite anche all’immaginazione. Tempo fa proposi la creazione di piccoli Studios calabresi, dove offrire a tutti gli autori e i tanti validissimi professionisti che si occupano di cinema, l’opportunità vera e non finta, di realizzare delle produzioni indipendenti e attirarne altre anche commerciali e internazionali. Di poter allestire dei set dignitosi, di trovare delle attrezzature adeguate, di accedere al futuro. Comunque massimo rispetto delle idee e scelte di tutti, non mi interessa polemizzare con il nulla quando ha nomi e cognomi. Mi interessa il nulla, diciamo, nietzscheanamente parlando.  

D) – In un momento difficile a livello globale, che ruolo assume il cinema?

RE’ una società che sembra assomigliarsi molto, che vuole sentirsi parte di un qualcosa, e parlare, come teorizzò Pasolini, il linguaggio che il potere vuole che si parli. Ma in fondo nessuno è come gli altri, ogni creatura ha dentro qualcosa da offrire. Il cinema riesce ad essere ancora un punto di riferimento essenziale, anche per le nuove generazioni, capace di far condividere le cose e farne vedere di nuove. Riesce ad essere rivoluzionario, feroce nelle battaglie di rivendicazione dei diritti umani e magico nelle visioni. Talvolta basta un’inquadratura, una battuta, un silenzio, per cambiare l’ordine prestabilito e imposto, per catapultarci in un universo parallelo meravigliosamente meraviglioso. 

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di: La redazione

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